Luca Carboni su Viveur

Luca Carboni su Viveur

Posted on 29. set, 2009 by Mirco in Interviste

Luca Carboni chiuderà con il suo concerto la festa patronale di San Michele a Orsara di Puglia. Nell’intervista a Viveur, il bilancio di venticinque anni di musica.

ORSARA DI PUGLIA “Di persone silenziose ce ne sono, eccome. Sono timide presenze nascoste tra la gente. Ma il silenzio fa rumore e gli occhi hanno un amplificatore, quegli occhi ormai da sempre abituati ad ascoltare”.
Sono passati vent’anni esatti da quando Luca Carboni ha proposto per la prima volta uno dei suoi testi più delicati, omaggiando con parole e musica le virtù di chi si esprime senza fare ricorso a eccessi verbali e fiumi di frasi.
Ascoltare dopo due decenni Persone Silenziose fa un effetto strano e straniante, perché quelle stesse note riecheggiano nell’aria di un’epoca che ha fatto dell’esagerazione, del chiasso, dell’aggressività uno stile di vita. Chissà quanti personaggi pubblici, soprattutto politici, guadagnerebbero fascino (e stima) se scoprissero che, come si dice dalle nostre parti, “la miglior parola è quella che non esce”. Carboni ha continuato a dire la sua attraverso le sue canzoni, è cresciuto come uomo e come cantautore, è diventato papà e si è tolto anche lo sfizio di ricantare – a modo suo – alcune perle firmate da colleghi che di cognome fanno De Gregori, Battiato, Dalla, Jannacci, Finardi, Guccini. Lo ha fatto con il suo primo cd di cover intitolato Musiche Ribelli, lanciato nell’airplay radiofonico con il singolo Ho visto anche degli zingari felici, un brano di Claudio Lolli del 1976 che difficilmente diventerà il prossimo inno della Lega Nord.
Quegli zingari che si rincorrono per terra in Piazza Maggiore e si ubriacano di luna prenderanno nuovamente forma durante il concerto che il cantautore bolognese terrà mercoledì 30 settembre, alle 21.30, a Orsara di Puglia: la serata musicale chiuderà le celebrazioni della festa patronale di San Michele, ma sarà anche un modo per festeggiare la riapertura dell’antica grotta dell’Arcangelo, da poco restituita al culto religioso, alla quale si accede attraverso l’Abbazia dell’Annunziata.

Come vivono, in questi tempi così esibizionisti, le persone silenziose?

“Credo che esistano sempre, anzi. Probabilmente, proprio in questa epoca di grande apparenza e chiasso mediatico, resiste tutto un mondo che pensa, che si muove ma che preferisce non apparire. Questo non significa che non riesca a fare rumore”.

Eppure, di questi tempi se non si va a urlare in televisione non si esiste…

“Questo momento storico vorrebbe farci credere che questa è la regola, ma secondo me non è mai stato così. Credo che ci sia un mondo che preferisce rispondere ad altri segnali, è vivo, esiste. Sono tante le cose che si muovono parallelamente a quelle più pubblicizzate, e sono pensate e realizzate da gente che vive in modo attivo, che partecipa, che non subisce”.

Dal 1984, dal debutto con E intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film, sono passati venticinque anni. È positivo il bilancio di queste nozze d’argento con la musica?

“Assolutamente sì, è fantastico. All’epoca, avevo ventun anni e non avrei mai immaginato di avere l’opportunità di poter raccontare ciò che sentivo e vivevo per così tanti anni. Inoltre, sono stato molto fortunato perché ho potuto fare tutto questo sempre in estrema libertà, senza mediazioni o complicazioni, senza subire censure… Inoltre, la musica mi ha dato tanto anche al di fuori della dimensione artistica, mi ha permesso di viaggiare tanto e di conoscere l’Italia e l’Europa, tutto questo che mi ha arricchito molto”.

Ci vuole un fisico bestiale è diventata un tormentone che resiste allo scorrere del tempo. Che cosa si fa in questi casi: si prendono snobisticamente le distanze da una propria creatura o la si ama allo stesso modo?

“Tranne Mare mare, il cui successo ha sorpreso anche me perché l’ho composta quasi per gioco, tutte le altre canzoni le ho scritte credendoci, erano importanti per me. Quindi, non solo non prendo le distanze da questi tormentoni, ma mi rende felice pensare che abbiano comunicato tutto ciò che desideravo esprimere nel momento in cui le scrivevo. Le amo ancora, le rispetto, e cerco di non stravolgerle quando le faccio ascoltare ai miei concerti perché sono diventate delle icone, dei punti di riferimento”.

Diventare padre ha cambiato l’approccio alla musica, alla scrittura?

“Sicuramente sì. Da un lato, ha riacceso l’attenzione verso il bambino che è dentro di me, si tratta di un’esperienza che può riaprire una finestra su sensazioni ormai sommerse. Dall’altro, la paternità mi ha dato un maggiore senso di responsabilità, di attenzione verso il futuro, verso il mondo cui stiamo andando incontro. Devo ancora metabolizzare la convivenza tra questi due estremi che convivono in me, la figura del padre e quella del bambino libero, ambedue aspetti della mia personalità tra i quali rimbalzo come una pallina da ping pong. La scrittura del prossimo album, al quale sto iniziando a lavorare, è influenzata proprio da questo nuovo stato d’animo”.

Musiche Ribelli è un cd di cover. In un momento in cui il mercato musicale punta su fenomeni effimeri, canzoncine di plastica e prodotti a breve scadenza, le tracce di questo album omaggiano autori impegnati e impegnativi.

“Volevo dare un segnale, prima di tutto a me stesso, di attenzione verso la canzone capace di resistere nel tempo e di emozionare sempre. Inoltre, dopo venticinque anni di musica, avevo voglia di provare nuovi stimoli uscendo dalla mia scrittura e studiando lo stile di cantautori che rappresentano le mie radici, perché sono stati protagonisti di una rivoluzione musicale e culturale che mi ha preceduto e influenzato, così come ha segnato la musica italiana”.

Quali canzoni di Luca Carboni sono presenti nel lettore mp3 di suo figlio Samuele?

“Neanche una. Vorrei che le scoprisse da solo, una volta cresciuto. E poi lui può ascoltare il suo papà dal vivo, quando viaggiamo insieme o mi segue nei miei concerti”.

Articolo di di Tony di Corcia
Fonte: Viveur.it

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